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macchine precipitoseIl necrologio di Atri

Personaggi ed eventi della città  dal XIII al XVIII secolo

di Antonio Di Felice

 

208 pagine - formato 17x22 cm

Prezzo: euro 15,00

ISBN 9788832172164

 

 

PREFAZIONE


Il Necrologio di Atri registra notizie importanti e preziose della storia della città dal 1250 al 1573. Il canonico e dottore in diritto ecclesiastico e civile, Girolamo Crispo, che morì il 10 luglio 1573, ne fu il fedele annotatore. Il duca di Atri Giovan Girolamo II Acquaviva (1663-1709)fece ritagliare alcune pagine del Necrologio, “dove si davano notizie spiacevoli, ma altrettanto vere, degli autori sincroni, per rispetto dei personaggi di questa illustre famiglia adriana”.

Il Necrologio atriano è presente nella biblioteca dei Sorricchio di Atri, nella Società Napoletana di Storia Patria del Maschio Angioino, nella Biblioteca Nazionale di Napoli (XXIV:A. 19 bis, p. 1-98), nella Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 10942 e nella biblioteca del cardinale Troiano Acquaviva a Roma. Fu pubblicato parzialmente nel testo latino da Vincenzo Bindi nel 1889 nei suoi Monumenti storici ed artistici degli Abruzzi (pp.215, 284). Ora vede la luce nella sua integrità, tradotto in italiano dal latino per una maggiore accessibilità agli studiosi e ai lettori a questo importante documento della storia di Atri. Vi compaiono uomini comuni e personaggi importanti con la stessa breve descrizione delle loro vite e opere. Il Necrologio segna anche la morte il 19 maggio 1259 del cardinale Capoccio. Può apparire noioso e privo di interesse un elenco di nomi e cognomi della città di Atri e dei paesi contermini, ma non è poi così. A questo repertorio di personaggi hanno attinto notizie tutti gli storici che si sono succeduti dalla seconda metà del Cinquecento ad oggi. Non c’è autore che non abbia fatto tesoro di tante notizie altrove inesistenti, o di cui si fanno accenni cursori e inadeguati a un’ampia e doviziosa disamina degli avvenimenti. Per alcuni personaggi la descrizione si fa più utile e cospicua. Tutto dipende dall’interesse e dalla possibilità di consultazione di carte e documenti di archivi pubblici e privati, cosa possibile al canonico Crispo, estensore del nostro Necrologio nella seconda metà del Cinquecento (1573). In effetti l’origine del Necrologio è un Liber mortuorum, come bene lo aveva prescritto il concilio di Trento in modo perentorio per ogni parrocchia e per ogni curia vescovile nelle diocesi. Nel documento si racconta la vicenda secolare di una città vetusta e rinascimentale, ricca di colore e magnificenze di personaggi ecclesiastici locali che si susseguono nella storia, tra cui lo stesso annotatore Girolamo Crispo, primicerio della cattedrale. Alcune famiglie cospicue sono nel frattempo scomparse, come i Corvi. Il Necrologio di Atri registra notizie importanti e preziose della storia della città dal 1250 al 1573. Il canonico e dottore in diritto ecclesiastico e civile, Girolamo Crispo, che morì il 10 luglio 1573, ne fu il fedele annotatore. Il duca di Atri Giovan Girolamo II Acquaviva (1663-1709)fece ritagliare alcune pagine del Necrologio, “dove si davano notizie spiacevoli, ma altrettanto vere, degli autori sincroni, per rispetto dei personaggi di questa illustre famiglia adriana”. Il Necrologio atriano è presente nella biblioteca dei Sorricchio di Atri, nella Società Napoletana di Storia Patria del Maschio Angioino, nella Biblioteca Nazionale di Napoli (XXIV:A. 19 bis, p. 1-98), nella Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 10942 e nella biblioteca del cardinale Troiano Acquaviva a Roma. Fu pubblicato parzialmente nel testo latino da Vincenzo Bindi nel 1889 nei suoi Monumenti storici ed artistici degli Abruzzi (pp.215, 284). Ora vede la luce nella sua integrità, tradotto in italiano dal latino per una maggiore accessibilità agli studiosi e ai lettori a questo importante documento della storia di Atri. Vi compaiono uomini comuni e personaggi importanti con la stessa breve descrizione delle loro vite e opere. Il Necrologio segna anche la morte il 19 maggio 1259 del cardinale Capoccio. Può apparire noioso e privo di interesse un elenco di nomi e cognomi della città di Atri e dei paesi contermini, ma non è poi così. A questo repertorio di personaggi hanno attinto notizie tutti gli storici che si sono succeduti dalla seconda metà del Cinquecento ad oggi. Non c’è autore che non abbia fatto tesoro di tante notizie altrove inesistenti, o di cui si fanno accenni cursori e inadeguati a un’ampia e doviziosa disamina degli avvenimenti. Per alcuni personaggi la descrizione si fa più utile e cospicua. Tutto dipende dall’interesse e dalla possibilità di consultazione di carte e documenti di archivi pubblici e privati, cosa possibile al canonico Crispo, estensore del nostro Necrologio nella seconda metà del Cinquecento (1573). In effetti l’origine del Necrologio è un Liber mortuorum, come bene lo aveva prescritto il concilio di Trento in modo perentorio per ogni parrocchia e per ogni curia vescovile nelle diocesi. Nel documento si racconta la vicenda secolare di una città vetusta e rinascimentale, ricca di colore e magnificenze di personaggi ecclesiastici locali che si susseguono nella storia, tra cui lo stesso annotatore Girolamo Crispo, primicerio della cattedrale. Alcune famiglie cospicue sono nel frattempo scomparse, come i Corvi. Alcuni cognomi sono sopravvissuti. I nomignoli e i soprannomi hanno resistito al tempo e sono tuttora conosciuti. Anche le contrade hanno cambiato denominazione per effetto di immigrati dall’altra sponda dell’Adriatico, come i dulcignotti e gli albanesi. Nel Necrologio è inoltre inserito un delizioso brano in dialetto atriano del Quattrocento. Il giorno 17 gennaio del 1399 ci fu un assalto da parte dei montoriesi, ma furono respinti da tutto il popolo di Atri concordante. Si riporta il brano: “Nell’anno del Signore 1399, il giorno 17 gennaio, VII Indizione. Bernardone Brectone oppure Vascone. Tommaso di Petrucciu de Spulite, Antonuciu, Aduardu et Petru, li fili de lo conte de Montoriu et Prituzia de Rilgiano, et in summa fra cavalli et peduni fuerunt milli et cinquicento. Venne per furare Atri, et intrò dall’ortu de li Frati di San Dominico, et intronne dintro cinquanta et plu, e pigliò lo loco et la Torre et ruppe lo sportello de la porta. D’indi lo populu tuctu concordante curse, e retrasseli per forza de fore, e de li intranti ce morì Cola di Masiu de Planello, lo filgiu de Cipullone di Lavelo, et uno Fiorentino, et due altri Fluristerii. Et per la gratia di Deu et di nostra Dopna S. Maria d’Atri non ce morì persona nulla”. Nelle didascalie degli affreschi del coro di Atri, opera di Andrea de Litio, si riscontra lo stesso dialetto del Quattrocento. Nel Necrologio compaiono alcuni paesi del territorio un tempo fiorenti, come, per esempio, Casaloreto, in agro di Montefino, Cascianello, insediamento importante con la chiesa di S. Giovanni, il cui nome è rimasto alla contrada, tra Atri e il fiume Vomano, Montepetito, San Giovanni dei fratelli Tribuni, Acquaviva alla foce del Vomano, zona chiamata anche Antiche Scerne e Melignano, oggi Santa Margherita. Spesso questi nomi di persona, senza alte referenze, sono artigiani dei diversi mestieri con cui si animavano il commercio e gli scambi anche culturali tra le comunità vicine e lontane, come Lanciano, ma soprattutto Venezia, che apriva con i suoi galeoni le rotte dell’Oriente. Atri era certamente il centro religioso, commerciale, economico, amministrativo, storico e culturale. Nel Necrologio venivano annotati alluvioni, pestilenze, siccità, carestie e terremoti. È stato anche censurato e depurato di notizie non gradite agli Acquaviva, che furono anche accusati di sottrazione e distruzione di atti e documenti.Il Necrologio di Atri è un documento storico di grande importanza per le preziose notizie che contiene, non altrimenti reperibile in altri contesti. Il canonico della cattedrale di Atri, Girolamo Crispo, dottore in utroque iure, in diritto canonico e civile, ha diligentemente annotato e consegnato agli studiosi e ai cittadini di Atri un elenco di nomi illustri e di popolani, arricchito di episodi di storia locale e dell’intero Abruzzo. Fu pubblicato parzialmente in latino dallo storico giuliese Vincenzo Bindi nei suoi Monumenti storici e artistici, cosa che ha impedito di dare al documento una notorietà più larga. Cambiati i gusti e vista l’incapacità di approccio al testo più diretto del lettore non provvisto di una cultura, dove il latino ha una forte presenza, con questa pubblicazione si elimina ogni impedimento di comprensione del testo e si offre una fruibilità diretta e utile. Certo il testo è in sostanza un registro dei decessi. A noi interessa questo documento perché è una cronaca con la valenza della storia sic et simpliciter. Molti storici locali hanno attinto per le loro opere a questa fonte di notizie. È chiaro che nel tempo ha subito tagli e censure, quando il potente di turno si riconosceva in talune operazioni di dubbia natura e finalità, soprattutto quella di liberare la propria condotta da responsabilità compromettenti una famiglia o una fazione politica. Il documento anche dal punto di vista linguistico interessa dialettologi e filologi, perché non mancano passi scritti nella lingua tipica atriana del Cinquecento. Prima della koinè seguita con il trionfo del dialetto toscano, inaugurato dal Manzoni nei Promessi Sposi. Anche Innocenzo Gorgoni, vescovo di Atri e Penne dal 1746 al 1755, operò tagli consistenti, rendendo il testo meno corrivo a una aperta polemica per le notizie compromettenti e non gradite alla famiglia ducale degli Acquaviva. Don Bruno Trubiani, arcidiacono della cattedrale di Atri, si interessò del Necrologio e mi invitò a tradurlo dal latino e pubblicarlo. Il pio desiderio trova ora l’occasione per esaudire la volontà del dotto sacerdote. Nelle mie passate frequentazioni della Società Napoletana di Storia Patria al Maschio Angioino ho rinvenuto la copia del Necrologio di cui mi sono servito in questa pubblicazione.

 

L'AUTORE

Antonio Di Felice è nato a Santa Margherita di Atri (Teramo) il 17 settembre 1932 e risiede a Roseto degli Abruzzi. Si è laureato a Urbino in materie letterarie. Ha insegnato nelle scuole medie e superiori nelle province di Varese e di Teramo ed è stato dirigente scolastico al liceo classico “Melchiorre Delfico” di Teramo e di Roseto fino al 1995. Adolescente ha assistito ai tragici avvenimenti bellici della seconda guerra mondiale, che hanno sconvolto non solo l’Italia con distruzioni e stragi. Orfano di padre nel 1946, il 16 dicembre dello stesso anno fu accolto nell’alunnato dei Padri Passionisti di San Marcello (Ancona), dove rimase fino al 1951. Furono gli anni fondamentali per la sua formazione culturale, soprattutto per la conoscenza delle discipline umanistiche. Completati gli studi medi e superiori a Teramo, si iscrisse alla facoltà di materie letterarie dell’università di Urbino nel 1956. Erano gli anni in cui iniziavano i corsi all’università de L’Aquila appena istituita. Preferì un ateneo di lunga tradizione e con docenti con esperienze di indiscusso valore. Infatti all’università di Urbino Antonio Di Felice seguì le lezioni di Carlo Bo, il Rettore Magnifico. Cominciavano le collaborazioni sui periodici regionali abruzzesi. Ad Atri primeggiava per ingegno e prestigio il professore Luigi Illuminati, latinista e docente all’università di Messina. La prima firma sul giornale locale, Il Gazzettino atriano, recava la richiesta a Illuminati di notizie concernenti l’esatto nome latino di Atri, Hadria, che il Mommsen dichiarava la sola forma perfetta del toponimo. Nell’anno di insegnamento nella scuola elementare di Cassano Magnago (Varese), 1959-60 collaborò con il quotidiano La Prealpina, poi in Abruzzo con la rivista Dimensioni e con il periodico mensile Piccola Città di Roseto degli Abruzzi. Ma il sodalizio indefettibile è stato quello vissuto con il giornalista Nino D’Amico di Teramo, direttore del Giornale d’Abruzzo e Molise. È tuttora collaboratore della rivista Vox Latina di Saarbrucken in Germania.Antonio Di Felice è nato a Santa Margherita di Atri (Teramo) il 17 settembre 1932 e risiede a Roseto degli Abruzzi. Si è laureato a Urbino in materie letterarie. Ha insegnato nelle scuole medie e superiori nelle province di Varese e di Teramo ed è stato dirigente scolastico al liceo classico “Melchiorre Delfico” di Teramo e di Roseto fino al 1995. Adolescente ha assistito ai tragici avvenimenti bellici della seconda guerra mondiale, che hanno sconvolto non solo l’Italia con distruzioni e stragi. Orfano di padre nel 1946, il 16 dicembre dello stesso anno fu accolto nell’alunnato dei Padri Passionisti di San Marcello (Ancona), dove rimase fino al 1951. Furono gli anni fondamentali per la sua formazione culturale, soprattutto per la conoscenza delle discipline umanistiche. Completati gli studi medi e superiori a Teramo, si iscrisse alla facoltà di materie letterarie dell’università di Urbino nel 1956. Erano gli anni in cui iniziavano i corsi all’università de L’Aquila appena istituita. Preferì un ateneo di lunga tradizione e con docenti con esperienze di indiscusso valore. Infatti all’università di Urbino Antonio Di Felice seguì le lezioni di Carlo Bo, il Rettore Magnifico. Cominciavano le collaborazioni sui periodici regionali abruzzesi. Ad Atri primeggiava per ingegno e prestigio il professore Luigi Illuminati, latinista e docente all’università di Messina. La prima firma sul giornale locale, Il Gazzettino atriano, recava la richiesta a Illuminati di notizie concernenti l’esatto nome latino di Atri, Hadria, che il Mommsen dichiarava la sola forma perfetta del toponimo. Nell’anno di insegnamento nella scuola elementare di Cassano Magnago (Varese), 1959-60 collaborò con il quotidiano La Prealpina, poi in Abruzzo con la rivista Dimensioni e con il periodico mensile Piccola Città di Roseto degli Abruzzi. Ma il sodalizio indefettibile è stato quello vissuto con il giornalista Nino D’Amico di Teramo, direttore del Giornale d’Abruzzo e Molise. È tuttora collaboratore della rivista Vox Latina di Saarbrucken in Germania.Ha pubblicato vari saggi, tra cui Il sorriso della Venere celeste, silloge poetica (1956); Madama Margarita d’Austria e Atri (1987); Studi sul Settecento in Abruzzo (1990); Atri (2003); Antonio Probi prelato e ambasciatore (2002); Troiano Odazi. L’uomo, l’economista, il giacobino “1741-1794” (2004); Alda Merini Il male di vivere (2014); Padre Claudio Acquaviva, Il quinto generale della Compagnia di Gesù (2015). Ha tradotto i carmi latini dell’umanista Luigi Illuminati nel volume Flamma quiescens (1999). Tra il materiale inedito c’è una cospicua raccolta di poesie in latino, italiano e in dialetto abruzzese che presto vedrà la luce.

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